Casual Friday - Quando le Hawaii inventarono il primo benefit

 

Ovvero come le camicie hawaiane ci hanno regalato la libertà di indossare quello che vogliamo*

*buon senso non incluso


 

“Fatela finita con questo Casual Friday e cominciate a comportarvi da adulti tutti i giorni della settimana, venerdì inclusi”.
Così scriveva una giovane tech recruiter questa mattina su LinkedIn, condannando senza mezze misure uno dei primi benefit mai esistiti.
Niente deboli sforzi di vedere il mondo del lavoro come un posto più rilassato, casual, informale.
Siamo adulti e in quanto tali abbiamo il dovere di indossare giacca e cravatta, tailleur e camicia. Punto.

Il Casual Friday, per chi non lo sapesse, e' la libertà' di vestirsi relaxed il giorno prima l'inizio del weekend, un importantissimo trend del mondo occidentale che trova le sue origini tra le calde spiagge hawaiane e riceve la sua benedizione da Levi’s, il denim brand per eccellenza.

Ma partiamo dalle origini e vediamo cosa ci ha portato ad essere liberi di indossare ciò che più ci fa sentire a nostro agio nell’ambiente di lavoro (o almeno a farlo fino a quando una giovanissima recruiter non ci condanna sui Social).    

 

1. Hawaii - 1962

Tutto ha inizio ad Honolulu nei primi anni ‘60 quando l’associazione produttiva e imprenditoriale Hawaiian Fashion Guild cominciò a chiedersi in che maniera avrebbe potuto aumentare le vendite della famosa Aloha Shirts, camicia a fiori simbolo dell’isola. 
A sostegno della promozione dell’iconica maglia c’erano essenzialmente due motivazioni: la temperatura elevatissima della loro terra che non si sposava bene con l’abbigliamento formale degli uffici e l’esigenza di aumentare le vendita di un prodotto locale.

Two birds with one stone!

Precursori del social media marketing, quello in cui i più grandi brands per avere visibilità inviano i loro prodotti alle Instagram Celebrities per farsi pubblicità, l’Hawaiian Fashion Guild lanciò la rivoluzionaria "Operazione Liberazione", inviando Aloha Shirts a tutti i membri del Parlamento Hawaiano. La loro grande vittoria fu una risoluzione approvata che annunciava che "... il popolo maschile poteva indossare l’aloha shirt durante i mesi estivi per il proprio benessere e per il sostegno dell'industria manifatturiera del 50° stato.”

Altro che post della celebrities di turno su IG!

Ma non contenti dell’enorme traguardo in un periodo storico dove il vestito faceva il monaco (eccome se lo faceva!), decisero di spingersi oltre e nel 1965 Bill Foster, Sr., presidente della Guild si mise a capo della campagna “Aloha Friday” per far sì che la camicia venisse indossata da tutti i lavoratori ogni benedetto venerdì.

Il primo ad accogliere questo grandioso cambiamento fu  Wilson P. Cannon, Jr. Presidente delle banca delle Hawaii che diede il via ad un nuovo modo di vivere il fine settimana.
L’Aloha Mood era ufficialmente entrato in tutti gli uffici hawaiani e la produzione di shirts cominciò a produrre nuove fantasie meno sgargianti e più adatte agli ambienti professionali così che l’Aloha Friday divenne un Aloha Everyday.

Goodbye completi mono tono, benvenute fantasie tropicali!

 Tropical Tropical Tropical!

Tropical Tropical Tropical!

 

2. New York - 1992

Bisogna aspettare però l’arrivo dei favolosi anni '90 prima di vedere questo enorme cambiamento prendere piede anche nel resto del mondo occidentale.
Serviva infatti qualche espediente (possibilmente a costo zero) in grado di risollevare l’umore dei lavoratori durante la recessione dei primi anni 90 e l’Aloha Friday sembrò la soluzione più cheap per cheer up gli animi.
Ma la dirigenza americana non aveva considerato l’incapacità dei propri dipendenti di contestualizzare il benefit hawaiano.
Camice a fiori e calzoncini  potevano funzionare a Honolulu ma non si sposavano bene nelle altre città dell’East Coast.
Bisognava trovare dunque un vademecum per il dress code da ufficio o la situazione si sarebbe fatta ingestibile. 

Si cominciava a spargere la preoccupazione che il lavoro sarebbe potuto diventare troppo divertente e nessuno aveva una chiara idea di dove poter tracciare il limite da non oltrepassare.
Quello che spaventava a morte i managers venne visto come la possibilità di rilanciare il proprio brand da Levi’s che pubblicò allora “La guida per vestirsi casual a lavoro” e la inviò a 25,000 dipendenti americani. Levi’s non sarebbe Levi’s senza la sua capacità di essere attuale in ogni epoca e dunque non solo riuscì a spiegare il senso di business casual, ma lanciò anche la moda dei Dockers- khaki pants che fino ad allora venivano solo indossati nei campi da golf.
Quello che per noi oggi non è altro che un classico pantalone color khaki, era allora rivoluzionario e innovatore.

 Levi's - La Guida per vestirsi casual a lavoro

Levi's - La Guida per vestirsi casual a lavoro

 

3. All the World - NOWADAYS

Viviamo in un mondo dove il dress code in ufficio, a meno che non lavoriate per specifici settori dove è espressamente richiesto un determinato tipo di abbigliamento e/o abbiate più di 50 anni, sta via via scomparendo.


Lavoriamo da remote, dietro ad uno schermo, creiamo contents per brands che debbano essere freschi e colorati, vendiamo apps di gaming o lanciamo campagne social nei nostri co-working spaces. Precisamente, dress code perché? Che motivo abbiamo di avere due armadi distinti, uno per i working days e l’altro per il weekend quando ci è richiesto di essere noi stessi al 100% tutti i giorni della settimana?

Steve Jobs ci presentava i nuovi device Apple in jeans e lupetto nera, Mark Zuckerberg ci introduce alle novità del social media con la S maiuscola in T-shirt e il loro abbigliamento non li ha mai resi meno professionali o meno produttivi.


Quello che conta dentro agli uffici e' ancora una volta quanto siamo in grado di credere nel progetto, andare avanti , darci da fare in un’epoca dove la concorrenza è a dir poco spietata.


Ma su una cosa siamo d'accordo, mia giovane hr, andare a lavoro vestiti dignitosamente é prerogativa imprescindibile di qualsiasi azienda.
Casual non vuol dire trasandato e anche se abbiamo la fortuna di lavorare per una start up con i piedi sul tavolo, maglie sudicie e jeans slabbrati sotto al sedere sono da evitare come la peste.
Se il dress code negli uffici è destinato a morire, il buon senso è invece qualcosa che non passerà mai di moda.